In un quartiere ex industriale, oggi simbolo di un modello rigenerativo, va in scena il nuovo spettacolo di Ascanio Celestini per il Romaeuropa Festival 2017 al Teatro Vittoria: Pueblo, storia provvisoria di un giorno di pioggia.

La storia dell’eccezionale attore Celestini, però, è forse un po’ troppo provvisoria.
Proprio lì, nel centro concettuale della rigenerazione urbana, dove l’ex fabbrica incontra l’arte e non si ferma alla sola armonia ma si intreccia alla vita quotidiana, tangibile e vivibile a tutti i cittadini, il Celestini regista non riesce a superare la barriera della poca originalità. Sul palcoscenico prendono vita gli stereotipi della vita precaria: la giovane cassiera, Violetta; la barbona, Domenica: un’eterna bambina che viene picchiata dal padre, maltrattata dalle suore, violentata dal primo datore di lavoro, lanciata dalle scale dallo zingaro innamorato e infine morta, dimenticata da tutti. Rashid, il nero, grande amore di Domenica. L’uomo che non l’ha mai picchiata; l’uomo nero che spende tutti i suoi soldi alle slot machine. L’immigrato mandato via perché non gli è stato possibile rinnovare il permesso di soggiorno.

Perché esiste solo una politica, di merda, capace solo di mandare via senza volontà alcuna di integrare, e a cui lo stato italiano sembra dire “via, vai via uomo nero. Tu e tutti gli altri uomini e donne e bambini neri che non potete vivere qui, in Italia; neppure nelle nostre periferie. Via da qui, se riuscite a tornare bene; altrimenti racconteremo la vostra storia, i volti senza un nome, senza religione, senza Dio, senza speranza.” Volti a cui il Celestini regista da un solo nome, morte. E la scenografia cambia, la luce si abbassa sempre di più sino ad arrivare al buio e solo le torce portate in mano dal protagonista, e monologhista, e da Pietro, suo coinquilino bambino e voce coscienziale, portano luce nella sala. Sono i fari delle vedette, quelle che alcuni sono riusciti a vedere, per altri è stata probabilmente l’ultimo scorcio di luce ma per la maggior parte è stato un piccolo cono d’ombra prima di vedere l’ultimo buio.

In questi esperimenti estetici, in cui il ritmo sale e scende, dato da l’intervallarsi delle musiche di Gianluca Casadei, prendono vita i personaggi dello sceneggiatore Celestini. Restano le particolari descrizioni di Domenica, la barbona dalla vita difficile e Violetta, la principessa cassiera. Manca, però, il Pueblo. Manca quel popolo rigenerato, illuso e dimenticato. Come nella storia di Testaccio. Mancano le periferie romane. Manca la storia e resta solo la pretesa dell’attore che da anni vuole farsi portavoce del dolore del tempo, rappresentante di uno spaccato di società: Ascanio Celestini, del quale ammiro la poliedricità, la mimica, il ritmo corporale, l’estro artistico, le invenzioni scenografiche e l’occhio confuso dell’artista veloce, non colpisce per la profondità di analisi societaria.

Dagli occhi della bambina fuori campo, o bambino, o coscienza indefinita, il mondo al di là delle tende da cui esce la mano dell’attore, per poi spalancarsi dinnanzi l’invenzione della storia, il popolo è Violetta e poi Domenica e poi Rashid e poi la donna che lavora nel negozio delle slot machine il sabato sera. È un modo reale, è vero, ma non è il popolo. È uno stereotipo, e anche di questo si nutre l’immaginazione ed il teatro, ma può essere solo una storia provvisoria.

Il progetto di Celestini è molto ampio e ancora non portato a conclusione; con una dialettica in tre parti, che parte da Laika, lo spettacolo portato in scena nelle due precedenti edizioni del Festival. Tale trittico di opere teatrali, potrebbe ricordare, nella pretesa, la trilogia letteraria di Samuel Beckett (Molly, Malone meurt, L’Innomable). Nella poetica beckettiana, ancora prima della forza che sprigionerà dalla profonda opera teatrale di Godot, quelle storie sono piene di luci e poi ombre. I suoi personaggi, anche stereotipati, sono l’originale copia dei derelitti della società. Sono l’emblema di coloro che vivono ai margini e sono ombre nella vita dei molti, prima ancora di essere ombre di loro stessi. Ecco ciò che manca al teatro di Ascanio Celestini: sì, la sua mimica, la sua intonazione, il suo scandire il tempo con un’attenta gestualità, fanno sì che quei personaggi sembrino reali. Ma sono personaggi tali per il solo gusto artistico di esserlo. Senza profondità e storia. Chi vive ai margini della società, quel pueblo periferico a cui risulta sempre più complesso dar voce, non è fatto di vite rigenerate. Sono vite spezzate dalle contingenze, spesso dal caso. Sono gli uomini e le donne disinteressati dalla possibilità di star 90 minuti seduti in un teatro ad ascoltare un monologo. Sono i protagonisti assenti delle loro stesse vite; le loro storie, come nel teatro di Beckett, sono il Godot che si aspetta e che non arriva mai. Non un Dio teatrale atteso, non una rivelazione sul palcoscenico: nel teatro di Celestini si attende un popolo che non arriva mai. Quel popolo esiste, gente senza potere, senza la possibilità di scegliere di agire. Un popolo che non si rigenera mai, immobile resta nel destino paterno e non esce dallo schema in cui crede di doversi stabilizzare.

La lotta di classe esiste ancora? Celestini ci dice di sì e che vorrebbe portarla nei grandi teatri, negli importanti festival. Peccato che si fermi al termine lotta: quella tra l’attore e il regista, che non sa come meglio emergere. Resta, infatti, l’invenzione della coscienza infantile, Pietro, dell’Ascanio Celestini attore. Del Pueblo, dispiace, nessuna traccia.

Ludovica Tranquilli