[Ovidio, Ars amatoria]
Oggi mi assumo l’ingrato ed ambizioso compito di provare a descrivere a uomini e donne del nostro paese che cosa possa realmente significare subire una violenza sessuale. Sono anni ormai che si dibatte sull’argomento, anni durante i quali è stato tirato fuori un po’ di tutto: dalle osservazioni più sessiste, alle parole più sagge fino ai giudizi più insensati e occasionalmente rivoltanti, espressi sia da parte di uomini che di donne. La notevole vastità dell’argomento mi ha portata a dover operare una selezione degli aspetti da affrontare, che di certo non possono essere esauriti per intero in un unico articolo. In queste righe ho dunque condensato le osservazioni e le descrizioni per me più salienti ed importanti.
Ma ora cerchiamo di entrare più a fondo nella vicenda per sviscerarne cause, implicazioni e conseguenze.
Un rapido avviso: sarà richiesto un certo tipo di intelligenza emotiva (o empatia) che permetta di ben immedesimarsi nella situazione e nelle emozioni, nei sentimenti e nei pensieri di coloro che vivono un’esperienza del genere, sacrificio che se non si è disposti a fare, rischia di compromette la lettura dell’intero articolo.

Partiamo allora dalle basi: cos’è una violenza sessuale?
Spesso, quando pensiamo a questo tipo di reato, la prima associazione che siamo portati a fare è quella dello stupro, che tuttavia costituisce solo una sottocategoria del fenomeno. La Treccani la descrive come un “delitto commesso da chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso della propria autorità, che costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”, ma più generalmente, la si definiremo come “qualsiasi attività sessuale con una persona che non voglia o sia impossibilitata a consentire all’atto sessuale a causa di alcool, droga o altre situazioni” (Istituto A.T. BECK terapia cognitivo-comportamentale). Da qui, possiamo facilmente ricollegare al termine molti tipi di violenza: lo stupro (che contrariamente al pensare di alcuni, può avvenire anche da parte di un partner), la molestia, l’abuso su minore, gli atti sessuali su clienti da parte di terapeuti, capi, colleghi o altre figure professionali.
Proprio quest’ultimo esempio fornito, può aiutarci a far luce sul suo vero significato: si tratta di un atto di potere sull’altro che non sempre implica l’uso di una violenza fisica o di esplicite minacce, poiché ai danni della vittima può esserci una “sottile”, per così dire, ed implicita violenza, come quando l’autore sfrutta la propria età, fisicità o status sociale per spaventare o manipolare la vittima (Istituto A.T. BECK terapia cognitivo-comportamentale). C’è chi, come in passato si ha avuto l’ardito coraggio di dire, avrebbe da obiettare che in occasione di quest’ultimo tipo di violenze, le vittime si dimostrano deboli nel non saper dire di no, come se potesse rivelarsi sufficiente a stroncare sul nascere un comportamento di tal genere. Oppure c’è chi ha avanzato l’ipotesi che questo reato, in un contesto domestico di rapporto marito-moglie o con un/a partner, non sia da considerare una vera e propria trasgressione della legge ai danni della vittima. Altri invece affermano che queste azioni vengono compiute principalmente dagli stranieri immigrati nel nostro paese, quando in realtà anche ad uno sguardo superficiale, le statistiche parlano chiaro e smentiscono la veridicità di tali asserzioni. D’altronde opinioni così, penso si commentino da sole.
Ci tengo a sottolineare il fatto che di violenze sessuali possono essere vittime anche gli uomini, specialmente in più tenera età, e non solo le donne, che comunque restano tristemente le protagoniste più rappresentative: in Italia il 27% ha dichiarato di essere stata vittima di violenza da partner o non (dati 2016 WAVE, Woman Against Violence Engagement). Questo triste fenomeno nasce dalla concezione, connaturata per moltissimi secoli a tutte le culture e dalla quale solo recentemente stiamo imparando a distaccarci, secondo cui la donna è considerata alla stregua di oggetto personale e di piacimento dell’uomo. Anche in letteratura troviamo tracce di questa credenza, dai più lontani testi di Erodoto e Ovidio, fino addirittura ad alcuni del Dolce (si fa per dire, in questo caso) Stil Novo, segno che per lungo tempo l’educazione della nostra “cultura della violenza” – intesa in senso lato – ha giustificato e anche incoraggiato tali comportamenti.

Entriamo però più a fondo e proviamo ad immaginare: una donna viene molestata in ufficio dal proprio datore di lavoro, cioè un uomo che ricopre una carica superiore alla sua, nei confronti del quale si troverà sempre a comportarsi con una certa dose di “sottomissione” (vi chiedo di concedermi il termine, lascio al buonsenso l’abilità nel coglierne il significato richiesto dallo specifico contesto). La vittima tenta di opporre inizialmente resistenza ma davanti alla sfacciata insistenza dell’uomo, intimorita da lui e ciò che potrebbe fare, lascia correre. Poi prova immediatamente vergogna per quanto accaduto e teme che, in caso di segnalazione, ci possano essere delle gravi ripercussioni: una grande insicurezza potrebbe portarla a pensare di rischiare di perdere il lavoro o che il suo capo la passi liscia, perché d’altronde si tratterebbe della sua parola contro quella di un altro cittadino avente pari diritti in una sfavorevole condizione di mancanza di prove materiali, e dovrebbe così affrontare un processo – di chissà quale durata – sentendosi certamente dare da parenti o amici dell’imputato della bugiarda (nel migliore dei casi). Così tace, non tanto per “godere del favore del suo superiore”, come a volte tristemente si arriva a sentir dire, ma per paura e vergogna. – [Diverso è il caso di quelle donne o quegli uomini che seducono i propri superiori ed usano il sesso per ottenere una certa influenza su di loro, atto deplorevole sì, ma non è questo l’oggetto nostro di analisi, per una evidente differenza di presentazione ed evoluzione della vicenda] – Quest’ultima sensazione di vergogna dunque, che agli occhi di molti può sembrare poco sensata, affonda tuttavia le sue radici proprio nella tendenza della nostra società a dare “colpe” anche alla vittima, in questi casi. Mi spiego meglio: quando avviene una rapina per strada, poco importa che la vittima fosse vestita in uno modo piuttosto che un altro, non si chiede se in quel momento indossasse abiti di Prada, Valentino e Burberry o di Pull&Bear, Zara e Bershka o se stesse ostentando la propria ricchezza o ancora se avesse invitato il ladro a compiere l’atto con sguardi che potevano essere fraintesi. Ma quando si tratta di stupro o molestia, la situazione cambia, perché improvvisamente la colpa ricade anche sulla vittima di cui spesso, si dice, “se l’è andata a cercare” o “avrebbe potuto non bere” e di cui, spessissimo, le prime informazioni che si richiedono è il “com’era vestita?” e “ha espressamente detto di no più di una volta?”.
Da qui, con la consapevolezza dell’odierna opinione generale della nostra società, nasce prepotente il sentimento di vergogna che si prova non solo davanti ad estranei, ma anche e soprattutto nei confronti di parenti e conoscenti, temendo di non essere state in grado di comportarsi come “la circostanza richiederebbe”. Ammettere di essere stata vittima di molestie o abusi, a partner, genitori o amici, specialmente quando l’aguzzino è un volto conosciuto, non è facile né agevole né piacevole ed il fatto che ancora ci sia un altissimo numero di violenze non denunciate ne è una prova lampante.
Perché proprio quando si conosce il proprio violentatore, si ha maggiore difficoltà? Per i succitati motivi: il confine tra rapporto consenziente o meno sembra essere talmente sottile da lasciare, a volte, perfino le vittime inconsapevoli (o desiderose di volere dimenticare e obliare i ricordi seppellendoli in profondo dentro di sé) di quanto appena avvenuto, finché poi le conseguenze dei traumi psicologici da cui sono derivate non si mostrano e rendono evidenti, riconosciute le quali a volte si finisce per accantonare l’ipotesi di denuncia perché “è passato ormai troppo tempo”. Ed a quel punto la vittima, per superare l’esperienza e cercare di fronteggiare il disagio interiore con il quale è costretta a convivere, tenderà a sminuire, perfino davanti ai suoi stessi occhi, ciò che le è capitato: una molestia diventano delle “avance insistenti” ed un rapporto non desiderato “una brutta o poco piacevole esperienza”. Una donna che si ritrova costretta dal marito o partner ad avere rapporti che vorrebbe non dover vivere, quanto deve soffrire e penare prima di arrivare a giudicare una violenza quella subita, apparentemente, dalla persona che dice di amarla? Quanto può essere difficile arrivare a portare in tribunale e potenzialmente in prigione una persona a cui si ha voluto o si vuole bene? Esprimere opinioni dal carattere sentenzioso sulla vicenda risulta tanto più facile quanto più se ne è stati/e lontani/e.

Denunciare una violenza sessuale è un atto di coraggio che solo alcune (sempre più, per fortuna) riescono a compiere, ma che è fondamentale che avvenga non solo per il bene della vittima, ma anche e soprattutto della comunità, con la prevenzione di altri potenziali episodi simili da parte del violentatore condannato. La denuncia dunque comporta il superamento delle proprie paure di “insuccesso” nella richiesta di giustizia e del timore di essere giudicate negativamente. Le recenti attenzioni mediatiche su questo genere di violenze, una maggiore sensibilizzazione sul tema a livello giovanile ed un sistema legislativo che sta lentamente cercando di tutelare al meglio le vittime di violenze sessuali, sono buoni elementi di partenza per la gestione della impressionante e preoccupante diffusione del reato non solo in Italia, ma in tutta Europa. La strada da percorrere rimane ancora molto lunga.

Elisa Scorzoni