È finalmente giunto a termine il travagliato iter legislativo del disegno di legge sul reato di tortura, una disciplina da tempo necessaria nel nostro codice penale.
Dopo ben quattro anni il Parlamento è riuscito ad approvare un testo che, seppur nei suoi limiti, tenta di rispettare quanto stabilito dalla Convenzione dell’Onu nel 1984.
Le forze politiche ancora una volta si sono divise tra critiche, astensionismo e pareri contrari rendendo questa legge il risultato di un lungo lavoro di sintesi.

Cosa prevede la legge?

Ad oggi, la nuova disciplina sul reato di tortura condanna alla reclusione dai 4 ai 10 anni coloro che si macchiano di tale reato entro i casi previsti. Per quanto riguarda i respingimenti, le espulsioni e l’estradizione del condannato verso il paese di provenienza, esse sono vietate qualora egli rischi di essere sottoposto a tortura. Allo stesso modo è vietato l’uso delle informazioni estorte tramite tortura in un processo penale. La legge condanna inoltre ogni tentativo di istigazione alla tortura da parte di un pubblico ufficiale nei confronti di un suo collega con pena che varia dai 6 mesi ai 3 anni ed esclude ogni forma di immunità per gli stranieri che siano indagati o siano stati condannati per il delitto di tortura in altro Stato o da un tribunale internazionale.

Quali sono state le reazioni?

Le associazioni e le organizzazioni, come Antigone e Amnesty International, hanno accolto in maniera parzialmente positiva la nuova legge segnalando però alcune criticità rispetto ad alcune disposizioni non conformi con la Convenzione Onu. La prima critica riguarda la previsione della pluralità delle violenze commesse, sostenendo che l’atto violento può essere commesso anche una volta sola e merita di essere condannato in quanto tale.
La seconda critica verte sulla necessità di poter verificare il trauma psichico subito dalla vittima, senza la prova del quale, il reato di tortura non trova applicazione.
La terza critica riguarda i tempi di prescrizione che, secondo le associazioni, dovrebbero essere più lunghi vista la difficoltà di dimostrare la sussistenza del reato.
Le forze politiche che hanno promosso questa legge ritengono l’obiettivo raggiunto il risultato migliore che si potesse ottenere dati i gruppi parlamentari presenti oggi, riconoscendo che la legge sarebbe potuta essere più incisiva in alcuni punti. Parte delle opposizioni al contrario affermano che questa legge rappresenti un elemento lesivo e criminalizzante per l’immagine delle Forze dell’Ordine e non una valorizzazione delle stesse.

L’esigenza di un diritto

È però difficile da credere di fronte a casi come quello di Stefano Cucchi, dove le Forze dell’Ordine non hanno agito secondo i principi della legalità o quello di Arnaldo Cestaro, un attivista italiano picchiato a Genova nel luglio del 2001 durante un blitz della polizia. La lista è ancora lunga ed è cresciuta insieme alla rabbia di coloro che non sono stati tutelati dall’ordinamento italiano.
Spetta dunque ad ognuno di noi valutare se una legge, per quanto carente o imperfetta, possa essere utile a colmare quello che era un vero e proprio vuoto normativo riguardante una materia non secondaria che ha presentato casi singolari, per i quali una disciplina sul reato di tortura avrebbe dato tutto un altro senso a quella che chiamiamo “giustizia”.

Riccardo Pomponi