Prendete una mattina soleggiata di maggio e la premiazione in Campidoglio del progetto Una vita da social. Prendete Bebe Vio, una campionessa paraolimpica che ha subito gravi amputazioni a causa del meningoccoco. Prendete Virginia Raggi, sindaca di Roma ed esponente del movimento Cinque Stelle, partito italiano famoso, tra l’altro, per le forti posizioni anti-vacciniste sostenute. Prendete queste due donne e mettetele in un’unica foto: avrete così ottenuto ufficialmente la rappresentazione più significativa dell’ipocrisia politica del nostro bel paese.

Perché il giorno dopo che è stata scattata la foto, tutti e 21 i consiglieri comunali capitoli pentastellati si sono astenuti dal votare la mozione proposta da Valeria Baglio e sottoscritta da tutti i gruppi, per l’obbligatorietà dei vaccini nei nidi e nelle scuole dell’infanzia. «Aspettiamo il decreto ministeriale» risponde alle accuse il consigliere del m5s Pietro Calabrese. Una risposta sempre migliore di quella che diedero i consiglieri regionali 5 stelle dell’Emilia Romagna nel novembre 2016, quando votarono contrariamente alla legge che obbligava al vaccino tetravalente i bambini frequentanti l’asilo nido.

Il ragionamento alla base di questa decisione è chiaro: su un argomento così caldo e che tiene l’opinione pubblica così divisa, conviene politicamente restare neutrali e optare per l’astensione. Ma al di là di quelle che possono essere considerate da alcuni mosse politiche intelligenti e da altri del tutto folli, il fatto umanamente si commenta da sé: quanto è assurdo lasciare che le decisioni sulla salute pubblica continuino ad essere prese da politici che pongono un guadagno di voti al di sopra di essa? E soprattutto: da dove nasce la popolare sfiducia nella comunità scientifica che porterebbe un partito che sceglie di prendere posizioni pro-vax a perdere una fetta del suo elettorato?

Il gioco delle colpe non mi è mai piaciuto, ma questa ondata di sfiducia nei confronti della scienza ha delle conseguenze chiare e delle origini un po’ meno limpide. Per ogni genitore che sceglie di non vaccinare i propri figli c’è un medico che ha mancato al suo giuramento e non ha saputo far valere le proprie conoscenze contro le bugie e le stregonerie che impazzano sul web, c’è Beppe Grillo che sostiene che l’Hiv non esiste perché non lo abbiamo mai fotografato, c’è la ministra Lorenzin che ospita e sostiene al Senato conferenze su pratiche mediche anti-scientifiche con l’intento di inserire queste pseudoscienze nel Sistema Sanitario nazionale, ci sono giornalisti che cavalcano l’onda della paura e della follia pur di vendere qualche giornale in più, ci sono i Red Ronnie e i Diego Fusaro del momento che cercano notorietà e consenso su social network commentando banalmente argomenti che esulano decisamente dalle loro competenze.

E allora cos’è che spinge un genitore a credere alle parole di qualche vip complottista e non a quelle di un medico laureato, specializzato e con anni e anni di esperienze alle spalle? La storia dei vaccini ci catapulta in un 1984 odierno: dati scientifici alla mano e dimostrazioni concrete non bastano, non smuovono assolutamente di un millimetro dalla loro posizione persone che credono fermamente che la verità sia quella che pensano e non quella che è scientificamente dimostrata. Viviamo quella che viene ormai definita l’era della post-verità. Da cosa nasce questa illusa e fastidiosa tendenza ad avere un’opinione su tutto? La scienza è per definizione ciò che è sperimentabile, dimostrabile, riproducibile e normabile secondo leggi precise. Mentre se pensiamo agli italiani e ai vaccini viene spontaneo dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

È sfiducia? O Idiozia? Forse entrambe le cose, forse nessuna veramente. Forse l’errore è lasciare che la paura degli effetti collaterali non-veri sia più forte della realtà, che già di per sé basterebbe a mettere paura ai tanti genitori che scelgono fermamente di non vaccinare i propri figli esponendoli a rischi di cui non vogliono prendere coscienza.

Forse la comunità scientifica e le istituzioni, invece che continuare a ripetere che i vaccini non causano l’autismo, dovrebbero sponsorizzare campagne che dimostrino quali sono le reali conseguenze delle infezioni contro cui non ci vacciniamo. E vedere se qualche genitore dopo aver osservato immagini di bambini in opistotono, o di mucose faringee interessate da pseudomembrane difteriche, o encefaliti da morbillo, siano ancora così convinti delle loro teorie. Un po’ come si fa col fumo: non riesco a convincerti che fumare fa male, ma ricopro il pacchetto di sigarette con immagini di tracheostomie, cancro ai polmoni, aborti, aumento delle malattie cardiovascolari e così via.

Se viene a mancare la fiducia nella scienza (baluardo di oggettività) allora è facile intuire quanto conseguentemente sembrano attaccabili, criticali e smantellatili tutti gli altri ambiti sociali. Se la scienza è un’opinione, quanto opinabile è la legge? L’economica? Le istituzioni?

Se la fiducia nella scienza muore, è anarchia. Combattere per la credibilità del mondo scientifico, non è una battaglia che riguarda soltanto i medici, la salute dei pazienti, le case farmaceutiche o la sanità. La sfiducia nella scienza rappresenta un attacco alla credibilità di un paese e delle sue istituzioni, è un attacco alla scuola, al futuro nostro e dei nostri figli, è un mondo destinato ad implodere, è il prospetto di una società dove tutto è il contrario di tutto. Se oggi qualcuno si sente in diritto di dire che anni di ricerca e soldi pubblici spesi siano contestabili perché lo ha letto da qualche parte, se l’oggettività diviene il teatro dove marionette senza arte né parte possono dire la propria alimentando ed essendo alimentati dal becero qualunquismo, allora forse la crisi del nostro paese è molto più profonda di quanto ci si era fino ad ora immaginati. E prima di giungere ad un punto di non ritorno (che non è la morte per qualche malattia evitabile con una semplice puntura, non è la perdita di anni e anni di soldi impiegati nella ricerca, non è la fine della credibilità della comunità scientifica italiana, bensì la fine della fiducia di un popolo nel proprio paese), forse dovremmo tutti allarmarci un po’ di più e attivarci per far sì che la verità abbia la luce che le spetti sulle ombre della menzogna e delle bugie.

Da dove nasce questa crisi culturale? Non sono certo io ad avere una risposta a questa domanda. Ma qualche cosa mi fa riflettere. La parola “diritto”, per esempio. Che cos’è un diritto? Qualcuno di noi lo sa davvero? Perché al giorno d’oggi “diritto” è la parola più inflazionata di sempre. Abbiamo diritto a tutto: abbiamo diritto a inneggiare al fascismo facendo il saluto romano, perché è la nostra libertà d’espressione; ci sentiamo in diritto di rispondere alla violenza con la violenza se veniamo aggrediti o derubati, perché il cittadino comune si sente in diritto di erigersi a giudice assecondando una silente e preoccupante tendenza sociale a preferire la giustizia privata alla giustizia che lo Stato ha il dovere di garantire; abbiamo diritto a contestare l’istituzione sempre e comunque, anche quando siamo dalla parte del torto, perché ci arroghiamo il diritto di dire di sapere anche quando non sappiamo; abbiamo diritto a trattare lo straniero con razzismo e arroganza, perché ruba il lavoro al quale noi abbiamo diritto nel nostro paese e lui no; abbiamo diritto a bere e usare sostanze stupefacenti quanto vogliamo quando usciamo il sabato sera, anche se poi dobbiamo guidare, perché abbiamo il diritto di scegliere come divertirci; abbiamo diritto a bestemmiare, urlare, imprecare in pieno giorno in mezzo ad una folla, abbiamo diritto a fare ciò che vogliamo quando vogliamo, perché io sono una persona, io valgo e lì dove voglio arrivare, arrivo, senza “se” e senza “ma”. E ci scordiamo la Costituzione, la legge, il senso civico; banalmente ci scordiamo l’umanità e il senso di comunità.

Siamo la società dell’io sempre e comunque, dell’egoismo e del narcisismo, e la verità non è diventata solo relativa, è esclusivamente nostra: chi non la pensa come noi, pensa male, non importa quanto fallaci e infondati siano i nostri ragionamenti.

Quello che realmente la nostra società fa, è credere di avere tanti diritti, svilendo il significato giuridico di diritto. E in sostanza invece che diritti, ci ritroviamo con in mano un pugno di mosche. Crediamo di essere liberi, e che la nostra libertà si affermi con la frase “è un mio diritto”, e ogni volta che pronunciamo questa frase in un contesto inappropriato, un contesto che svilisce il significato giuridico di diritto, ecco che diventiamo un po’ più schiavi. Schiavi della paura, della disinformazione, delle menzogne, del carisma di qualche politico bravo con le parole e un po’ meno con i fatti, schiavi dell’opinione pubblica: medievali bifolchi con l’ossessione della caccia alle streghe. Quanto ci gioverebbe un mea culpa comunitario: riempiamoci meno la bocca con la parola “diritto” e capiamo cosa sia davvero. Perché un genitore non ha il diritto di esporre suo figlio o quello di un suo concittadino al pericolo di morte. Direste forse che un genitore ha il diritto di far giocare il suo bambino sul cornicione di un tetto? Sulle rotaie di un treno? Di infilargli il dito nella presa della corrente elettrica? Ogni bambino vaccinato in meno, è un passo per lui e per noi tutti verso il cornicione di quel tetto, le rotaie, l’elettricità. Saltelliamo allegramente tra batteri e virus letali, come si saltellerebbe tranquilli in un campo di margherite a primavera appena sbocciata. Ma è tra la malattia e la morte che saltelliamo. E non ce ne accorgiamo, continuiamo fermamente a rispondere che non è vero anche quando ci dimostrano la verità.

La credibilità nelle multinazionali scema ogni giorno sempre di più. Eppure anche questo non basta a giustificare la sfiducia profonda nell’aziende farmaceutiche. Ultimamente sta girando sul web la foto dell’agenzia funebre Taffo che immortala una lunga stanza piena di bare e recita “Non vaccinatevi. Siamo pronti anche ad un’epidemia”. Strappa un sorriso e manda un messaggio importante: vita, malattia e morte sono nella società parimenti fonte di guadagno. Perché sì, dalla vendita dei vaccini i big-pharma guadagnano, ma guadagnerebbero certamente di più nel venderci per lunghi periodi di tempo le medicine necessarie a curare (quando possibile) o ad alleviare (quando possibile) le complicanze generate dalle malattie infettive. La nazionalizzazione dell’industria farmaceutica potrebbe essere una risposta a chi denuncia con rabbia il monopolio dei privati sui vaccini, ma da qui a mettere in discussione l’efficacia dei vaccini, c’è un abisso.

C’è una concezione distorta riguardo i vaccini, ed è un fatto allarmante. Preoccupante quasi quanto la posizione che raggiunge l’Italia secondo il rapporto dell’OSM del 17 maggio 2017: le nostre coperture sono tra le più basse in Europa, superate da parecchi paesi africani. Stando ai dati del 2015, l’Italia si trovava dietro a Rwanda, Tanzania, Eritrea, Botswana e Algeria per quanto riguarda la copertura vaccinale di tetano, pertosse e difterite.

Quanto profonda è la sfiducia nella scienza per gettare l’Italia in questa situazione?

I figli minori, in quanto minori e sotto la tutela dei propri genitori, hanno diritto (e qui si parla in senso reale di diritto) a ricevere le migliori cure possibili. Il decreto sull’obbligatorietà alle vaccinazioni fa passare il diritto allo studio in secondo piano? No, fa valere il diritto allo studio degli immunodepressi. Si chiama immunità di gregge e basta a porre fine ad ogni discussione. Significa vaccinare per proteggere se stessi e gli altri. Significa senso civico, consapevolezza, giustizia sociale: significa pari opportunità per coloro che non possono vaccinarsi.

Significa buon senso.

In conclusione, il neo decreto legge approvato qualche giorno fa dal consiglio dei Ministri che rende obbligatorie 12 vaccinazioni ai bambini dagli 0 ai 6 anni di età e che impone sanzioni pecuniarie ai genitori dei figli non vaccinati iscritti alla scuola dell’obbligo, pone un freno all’ondata di scetticismo generalizzato che si sta allargando a macchia d’olio nella popolazione. Ma no, non basta. È un modo rapido di porre rimedio ad un problema -la sfiducia nella scienza- molto più complesso e articolato di quanto possa sembrare: il nuovo decreto sulle vaccinazioni è sicuramente un bene, una vittoria della democrazia, ma è solo l’inizio e se non seguiranno pressanti campagne di sensibilizzazione sull’argomento, che siano trasversali ad ogni settore, fascia d’età e strato sociale, sarà solo una diga insufficiente a bloccare l’impetuoso fiume anarchico che è pronto a riversarsi.

Carlotta Felici