È passata quasi una settimana da quando, venerdì 5 maggio scorso, nell’impianto di smaltimento rifiuti della Eco-X a Pomezia, le fiamme sono divampate al mattino divorando in poco tempo tutto lo stabilimento: una massiccia e tumultuosa colonna di fumo nero si è formata nel cielo limpido di una apparentemente normale giornata primaverile, spargendosi in poche ore come una macchia di petrolio nel mare. Poi ha iniziato, sospinta dal vento, ad avvicinarsi pericolosamente verso Roma, la cui periferia è distante solo pochi chilometri. Immediate sono state le reazioni: il sindaco di Pomezia ha pubblicato un esposto nel quale ordinava l’evacuazione dagli edifici nel raggio di 100 metri, la chiusura delle scuole vicine all’impianto fino a 2km ed invitava tutti i residenti della zona a mantenere chiuse le finestre il più a lungo possibile. Sul posto si sono messi a lavoro i vigili del fuoco, che hanno dovuto lottare contro l’incendio per 72 ore prima di riuscire a domare completamente le fiamme e a dichiararlo estinto. La procura di Velletri nei giorni scorsi ha disposto il sequestro dello stabilimento e già si inizia a parlare di una possibile distruzione dei raccolti nelle zone circostanti (con conseguente rimborso dei danni) per evitare la diffusione sul mercato di prodotti potenzialmente contaminati.

Perché il livello di allerta è stato sin da subito così alto? La Eco-X è una società responsabile dello smaltimento di carta, metalli e plastica, dotata dunque, all’interno dei propri impianti, anche di molti materiali e sostanze chimiche tossiche atte ai processi di recupero dei rifiuti. La loro combustione ha portato al rilevamento di un innalzamento dei pm10 (particular matter, cioè “materia in piccole particelle”, rappresenta i valori di polveri sottili dannose per l’ambiente e per l’uomo presenti nell’aria) di tre volte sopra la soglia massima giornaliera (130 microgrammi contro i 50 consentiti) ed alla richiesta di altri accertamenti su eventuali presenze di amianto – le quali sembrano essere state smentite, secondo quanto dichiarato dal Presidente Nicola Zingaretti – diossine e sostanze cancerogene, sono stati immediatamente predisposti dalla procura di Velletri e, anche a Roma, in particolare modo nei municipi più colpiti, il X e il IX, sono stati richiesti dei campionamenti dalla sindaca Virginia Raggi.

Quali saranno le conseguenze sulla nostra salute. Le ridotte dimensioni permettono a queste particelle un facile accesso alle vie respiratorie, poiché le cavità i nasali non sono in grado di arrestarne il passaggio. La loro formazione, pur essendo provocata anche da eventi naturali come incendi boschivi ed eruzioni vulcaniche, è dovuta principalmente all’attività dell’uomo: dal semplice funzionamento dei motori delle automobili e dall’utilizzo delle stufe all’interno delle abitazioni, fino alle attività degli impianti di riscaldamento e industriali, tutto contribuisce alla produzione di micro-polveri e all’inquinamento dell’aria che ne deriva. Le conseguenze nocive dell’esalazione di polveri sottili sono molteplici e di diversa gravità: possono provocare infiammazioni alle vie respiratorie, quindi bronchiti e polmoniti, asma e patologie cardio-respiratorie. I dati sulla mortalità sono invece ancora oggetto di dibattito e studio all’interno della comunità scientifica, anche se recenti stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nostrano che, mediamente, sono 2 milioni i decessi causati dall’inalazione dei pm10 ogni anno, mentre lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) già dal 2013 ha inserito le polveri sottili tra le sostanze cancerogene per l’uomo.

In realtà, gli effetti di questa disgrazia non si sono fatti attendere, ma anzi si sono rivelati nell’immediato: infatti, per i due giorni successivi all’incendio, nell’aria è stato percepito dai cittadini un forte odore acre che a molti ha causato intenso bruciore a naso e occhi. È – purtroppo – grazie ad episodi tragici come questi che l’attenzione comune viene nuovamente convogliata verso il problema dell’inquinamento.

Un’urgenza a lungo sottovalutata. Il dettaglio più preoccupante dell’intera vicenda è stato fornito dalla direzione capitolina stessa, che ha dichiarato che i livelli di pm10 registrati nei giorni scorsi erano sì critici, ma paragonabili a quelli rilevati in alcuni giorni invernali nel centro della Capitale. L’impacciato tentativo di rassicurare la cittadinanza, ha tuttavia evidenziato con ancor più vigore quanto poco riuscita sia la gestione dell’inquinamento ambientale negli ultimi anni: sono molti i buoni propositi che i capi di stato si sono prefissati, come quello di ridurre nelle prossime decadi la presenza di pm10 del 50%, eppure rimangono deboli i veri e propri tentativi di risoluzione del problema e poco attuati i provvedimenti attraverso cui dovremmo ottenere miglioramenti. Dal 2010 ad oggi, secondo i dati ISTAT, è aumentato di 10 il numero di giorni in cui vengono superati i valori limite di pm10 ogni anno, contro i 35 previsti in teoria dagli accordi internazionali. Il problema dell’inquinamento dell’aria che respiriamo ogni giorno urge provvedimenti seri e decisi, non solo per impedire la morte e/o la malattia di molte persone, ma anche per far sì che la Terra continui ad essere abitabile anche per le prossime generazioni.

Elisa Scorzoni