Oggi la legalizzazione delle droghe leggere è un argomento che trova largo consenso nella popolazione italiana, soprattutto nelle fasce d’età più basse. Varie sono le motivazioni per cui viene supportata: economiche, mediche e sociali. Il cieco proibizionismo che oggi ne disciplina la materia non ha avuto risultati positivi: non solo l’utilizzo di droghe leggere non è stato arginato, ma circa il 10% della popolazione del nostro paese dichiara di farne uso.

Il termine proibizionismo lo incontriamo per la prima volta negli Stati Uniti del 1919 che, fino al 1933, attraverso il Volstead Act e il XVIII emendamento, imposero il divieto di trasporto, importazione, vendita, fabbricazione e consumo di alcol: il fine della legge non fu sociale ma politico poiché mirava all’ indebolimento delle minoranze tedesche ed irlandesi che ne facevano largo utilizzo. Già nel 1919 il proibizionismo fallì: alimentò il mercato nero e non diminuì il consumo di alcolici favorendo le organizzazioni criminali. Se volessimo intenderlo in maniera più estesa, definiremmo il proibizionismo come una qualsiasi politica che combatta l’uso di sostanze ritenute dannose vietandone la produzione, il commercio ed il consumo.

In Italia è proibito il consumo, la fabbricazione, la vendita e l’importazione delle droghe leggere ed il dibattito in merito ad un’ipotetica legalizzazione vede come principale forza favorevole il partito dei radicali. Il più recente intervento parlamentare sulla questione ha però coinvolto esponenti dei più disparati gruppi politici: è stata presentata infatti a Luglio 2015 un’iniziativa legislativa alla Camera sulla legalizzazione dei derivati della cannabis firmata da più di 200 deputati tra cui Roberto Giachetti (PD), Gianni Cuperlo (PD), Luigi Di Maio (M5S) e Giuseppe Civati (Possibile). Sicuramente un avvenimento che ha facilitato l’entrata alla Camera di una proposta del genere è stata la bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge Fini-Giovanardi nel 2014.

Ma cosa prevede quest’iniziativa legislativa?

I tre fondamenti della proposta sono il diritto all’ autoproduzione, i cannabis social club e il monopolio dello stato sulla vendita. Verrebbe riconosciuto ad ogni cittadino il diritto alla coltivazione e all’uso personale dopo averlo comunicato alla prefettura della propria città ed il numero massimo di piante coltivabili per individuo arriverebbe a cinque. La coltivazione sarebbe permessa solo nel proprio domicilio e rimarrebbe vietata ogni forma di vendita e cessione gratuita a terzi del prodotto. Altra caratteristica fondamentale dell’iniziativa è la possibilità, su ispirazione spagnola, di fondare associazioni private di consumatori: questi circoli privati non potrebbero superare i cinquanta membri e dovrebbero essere legittimati da una domanda in prefettura, da uno statuto e da organi direttivi. Infine, la vendita della cannabis a privati diverrebbe soggetta ad un monopolio di Stato e ne sarebbero vietate importazione ed esportazione.

L’iniziativa del 2015 rappresenta il primo passo verso il superamento della visione delle droghe leggere colma di pregiudizi e lontana dalla realtà che attanaglia il nostro paese. L’errore più frequente nell’immaginario che si ha di queste sostanze è l’identificazione tra droghe leggere e droghe pesanti: le prime derivano principalmente da sostanze naturali e possono provocare dipendenza e danni neurologici instabili, le seconde sono sintetizzate in modo artificiale e possono provocare danni neurologici stabili e danni all’organismo umano in generale, oltre alla dipendenza. Ovviamente la distinzione non presuppone l’inesistenza di danni provocati dall’assunzione di cannabis e derivati, tanto che nella suddetta proposta di legge è previsto anche un piano di prevenzione e sensibilizzazione. Anche a livello economico la legalizzazione potrebbe avere effetti positivi: potrebbero essere enormi i guadagni dello Stato derivanti dal monopolio sulla vendita ed altrettanto enorme potrebbe essere l’indebolimento delle mafie che controllano questo mercato.

Legalizzare significa aprire gli occhi davanti ad una realtà che l’Italia non può e non deve ignorare: considerare il fumatore abituale come un problema esterno alla società senza cercare di capire le sue motivazioni e senza informarsi scevri da pregiudizi, non ci permetterà mai di progredire. Legalizzare non significa incentivare al consumo ma controllarlo ed, in molti casi, migliorarne gli effetti combattendo la criminalità organizzata perché il consumatore preferirebbe sempre la sicurezza del prodotto controllato. La questione delle droghe leggere ha oggi una grandissima importanza e non può più essere sottovalutata, demonizzata o addirittura ignorata da chi vede nella cannabis il simbolo di un cancro sociale da estirpare per poter vedere improvvisamente dissolte tutte le problematiche della società.

Youssef Hamza