2016: un’ottima annata per la censura mediatica”: così è intitolata ironicamente la home page di RSF (Reporters sans frontiers) – nota organizzazione non governativa fondata nel 1985 da Robert Mènard, il cui obiettivo è la difesa della libertà di stampa in tutto il mondo – in occasione della campagna pubblicitaria “The Wrong Party”, volta a denunciare gli abusi perpetrati a danno dell’informazione in dodici Paesi, i cui rispettivi leader possono vantarsi con fierezza di aver messo il bavaglio alla libertà d’opinione. Per le strade di Parigi e sul sito stesso della ONG è infatti possibile ammirare gli stessi capi di Stato a fianco dei quali vi è riportata una griglia con le stime e i numeri ufficiali dei soprusi compiuti.

Sale di redazione devastate dal lancio di granate in Burundi; giornalisti licenziati per un tweet in Turchia; blogger messi in manette e frustati in Arabia Saudita; creazione di campi militari per giornalisti in Thailandia: sono solo alcuni degli invidiabili traguardi raggiunti con tenacia e dedizione dai nostri inguaribili oligarchi; nemici autentici, stacanovisti, del libero pensiero.

La classifica mondiale della libertà di stampa mette in luce una profonda crisi della capacità di chi opera nel mondo dell’informazione di esercitare la propria professione in piena indipendenza. Vuoi per i meccanismi di censura e controllo delle notizie, vuoi per i grandi mezzi di propaganda e di ideologizzazione di cui dispongono i Paesi che occupano le posizioni più basse in graduatoria, e vuoi – non ultimo fattore – le forme più estreme di radicalismo religioso, da sempre ostili al giornalismo di qualsiasi natura esse siano, la situazione dell’informazione indipendente diventa precaria tanto nel settore pubblico quanto in quello privato.

Ciò che emerge chiaramente dal quadro riportato da “The Wrong Party” è essenzialmente che in ogni parte del mondo le oligarchie al potere stanno acquisendo (o hanno già quasi completato questo processo) il controllo dei media ed esercitano pressioni che si aggiungono a quelle di Stati da sempre complici dei grandi gruppi.

E in Italia come siamo messi?

Piuttosto male, secondo i dati che emergono dal rapporto: tra il 2014 ed il 2016 lo stivale è precipitato di ben 33 posizioni in classifica (dal 44° al 77° posto): esattamente tra il Benin, che ci segue, e la Moldavia, che ci precede. Le motivazioni che hanno determinato per la nostra nazione questo crollo vertiginoso sono state addotte proprio da RSF: il costante aumento delle intimidazioni ai danni dei giornalisti – che lo scorso anno sono ammontate a 521 – insieme alle indagini nei confronti di Nuzzi e Fittipaldi per Vatilieaks.

C’è da dire che è necessario prendere “con le pinze” tali statistiche, dal momento che vi incidono sia criteri oggettivi (numero dei giornalisti uccisi nel Paese, di quelli arrestati, di quelli minacciati o semplicemente licenziati e allontanati), sia soggettivi – questi ultimi più difficili da quantificare e identificare – (grado di autocensura dei provider d’informazione, ingerenza governativa nei contenuti editoriali); questi criteri trovano la loro espressione in questionari sottoposti poi alla valutazione di esperti esterni e membri interni alla rete dell’organizzazione.

Se quindi da un lato i risultati ottenuti non godono certo di un’attendibilità incontestabile, è altresì vero che non bisogna sottovalutare quanto è emerso dalla classifica, in un momento quanto mai delicato per la politica italiana come quello che stiamo vivendo: con la presenza di un partito di governo molto forte che mira ad incidere significativamente sul potere legislativo per far fronte all’opposizione, in maniera non sempre chiara e trasparente.

Eduardo Manuale